“Se Cristo non è risorto vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15,17), questa l’affermazione perentoria che Paolo fa scrivendo alla comunità di Corinto, dove qualcuno metteva in dubbio la risurrezione dei morti. Per l’Apostolo se i morti non risorgono, nemmeno Cristo è risorto.
Sulla risurrezione di Gesù Cristo i cristiani si giocano tutto, non solo un possibile futuro positivo a fronte della morte a cui siamo destinati, ma anche il presente della loro esistenza. Se Cristo non è risorto non ha alcun senso credere in lui, contare su di lui (“vana è la vostra fede”, scrive l’apostolo Paolo), perché un morto non dà alcuna speranza né per il futuro, né per il presente (“voi siete ancora nei vostri peccati”, conclude Paolo).
“Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1Cor 15,20), afferma con decisione l’Apostolo, indicando la ricaduta positiva sulla nostra vita, che non resta più in balia della paura della morte incombente, del male che ci imprigiona in tanti modi.
Proprio perché Cristo è risorto cambia il modo di condurre la nostra esistenza.
I testi della parola di Dio, appena proclamati, indicano come i cristiani, coloro che sanno che Gesù Cristo è risorto, dovrebbero condurre la propria esistenza. I testi, quello del profeta Geremia, proposto nella prima lettura (Ger 17,5-8), quello del Salmo 1, proposto come salmo responsoriale e quello del vangelo di Luca (Lc 6,17.20-26) ci parlano di questo modo di condurre la vita mettendo a confronto due tipi due persone, due scelte di vita.
Il profeta Geremia parla della persona che fa’ di se stessa il sostegno, la garanzia sicura per la propria vita, il suo esclusivo punto di riferimento. La valutazione negativa (“maledetto”) che il profeta dà di questa persona è illustrata in modo efficace dall’immagine dell’albero (il tamarisco) che nella steppa non trova alcuna possibilità di vita. Geremia apprezza invece (“benedetto”) la persona che “confida nel Signore”, fa del Signore il riferimento sicuro, affidabile della propria esistenza. Anche qui il profeta propone l’immagine dell’albero, che però è “piantato lungo corsi d’acqua”, che “verso la corrente stende le sue radici”, un albero, che per questo, non patisce il caldo torrido del deserto e che “non smette di produrre frutti”.
Anche il salmo responsoriale esprime un apprezzamento (“beato”) per l’uomo che “nella legge del Signore trova la sua gioia”, ricorrendo all’albero “piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo”. Chi invece agisce diversamente (“i malvagi”) è paragonato all’inconsistente pula “che il vento disperde” e ha come approdo la rovina (“la via dei malvagi va in rovina”).
Nel vangelo Gesù si rivolge a persone che vivono situazioni opposte, ribaltando la valutazione comune, perché ai suoi occhi i veri fortunati (“beati”) sono i poveri, gli affamati, quelli che piangono e quelli che sono perseguitati. La ragione della loro fortuna è data dalla presenza di Gesù che si prende cura di loro (“sarete saziati”), che apre loro un futuro di speranza (“vostro è il Regno di Dio… la vostra ricompensa è grande nel cielo”).
Nei confronti di quelle persone ritenute fortunate dall’opinione comune (i ricchi, i sazi, quelli che la vita rende felici, quelli che sono applauditi, apprezzati, da tutti) Gesù lancia non una maledizione, ma un grido di dolore (“Guai=ahimè”), perché la loro condizione non li garantisce, anzi costituisce un grande rischio, il rischio di perdersi, come succede al proprietario terriero della parabola raccontata da Gesù (cfr Lc 12,16-21), il quale ritiene, a torto, di aver messo al sicuro la propria vita grazie all’abbondante raccolto dei suoi campi.
La parola di Dio ci chiede di verificare in quale tipo di persona ci ritroviamo nel condurre la nostra vita, se possiamo considerarci fortunati perché, pur in presenza di difficoltà e fragilità, cerchiamo di custodire la parola di Dio “con cuore retto e sincero” (come abbiamo pregato della Colletta) o se invece diamo ascolto alle parole della presunzione che conduce ad ascoltare prevalentemente noi stessi, a contare più su di noi che sul Signore e alle parole di un mondo che applaude come fortunate quelle persone che appaiono gratificate da situazioni positive della loro vita. Perché non accada al termine dell’Eucarestia chiederemo al Signore di aiutarci a “ricercare sempre quei beni che ci danno la vera vita”.